mercoledì 18 giugno 2008

Da Pensalibero


Intercettazioni: ma quale attentato alla libertà di stampa?!



Scritto da Nicola Cariglia
mercoledì 18 giugno 2008

...Se c’era bisogno di una prova dello stato di profonda crisi in cui versa la stampa in Italia, le associazioni dei giornalisti, tutte, l’hanno fornita con le proteste sulle limitazioni previste alla pubblicazione delle intercettazioni dal disegno di legge del governo. Le argomentazioni, nel merito e nel metodo sono assai simili a quelle delle associazioni dei magistrati: senza intercettazioni, avevano detto le toghe, non si sarebbero scoperti molti gravi reati: corruzione, aggiotaggio, malasanità, etc., che hanno indignato ultimamente la pubblica opinione. Senza intercettazioni, dicono i rappresentanti dell’ordine, del sindacato, e di altre associazioni giornalistiche, non avremmo potuto informare e la gente non avrebbe potuto sapere.Vale per i giornalisti ciò che abbiamo scritto per i magistrati: è falso. Ed anche più grave rispetto all’ammissione dei magistrati che le indagini ormai si fanno solo intercettando e incentivando, con moneta sonante ed altri benefici, i “pentimenti”. Perché la professione giornalistica è (o dovrebbe essere) ben altro che attendere le soffiate, sempre interessate, come tutti sappiamo, della polizia, dei pubblici ministeri, degli ambienti della finanza, dei ministri o degli assessori. Il giornalista dovrebbe innanzitutto muoversi di propria iniziativa, vagliare le fonti e cercare di fornire informazioni complete, non parziali e di parte come sono quelle spifferate da chi ha interesse e ne sceglie tempi e modi.Prendiamo anche noi gli esempi citati in questi giorni, che si riferiscono soprattutto alle scalate bancarie di tre anni fa, con appendice di furbetti del quartierino, e all’incredibile e odiosa vicenda della “clinica degli orrori” di Milano. Cosa ci vogliono dare a intendere: che nessuno sapeva o poteva immaginare la “lotta per banche” che si stava svolgendo? Che i giornalisti che seguono le vicende economiche non avrebbero potuto, se liberi di farlo, avvicinarsi alla verità che è emersa tramite le intercettazioni ed anche ad altre verità che sono rimaste inesplorate? Come quella che vuole l’allora sconosciuto Ricucci aver tentato la scalata del Corriere della Sera per proprio conto contro la ferrea alleanza del sindacato di controllo che raggruppa la maggior parte del mondo industriale e finanziario italiano? E per quanto riguarda la clinica Santa Rita dove sono stati contestati cinque omicidi, si indaga su altri venti decessi sospetti e un centinaio di lesioni gravi dovute ad interventi operatori arbitrari, si vuole forse sostenere che senza intercettazioni una mostruosità simile può restare sommersa?La verità è un’altra. La professione è decaduta per molteplici ragioni: i bilanci che costringono a limitare gli organici e a utilizzare i giornalisti come passacarte, la formazione inesistente, le carriere che si sviluppano con l’appartenenza a cordate non solo politiche, la pressione asfissiante degli inserzionisti di pubblicità, gli interessi obliqui degli editori. E allora, ecco i giornali sempre più uguali fra loro; ecco i comunicati degli uffici stampa dei potenti che si fanno notizia, le inchieste che diventano sempre più rare. Ed ecco, di conseguenza, che se un cittadino qualsiasi ha qualcosa da segnalare non trova nessuno disposto ad ascoltarlo.La libertà di stampa è insidiata da questi mali, non dall’impossibilità di spiare e di sputtanare indiscriminatamente.

Dal Corriere della Sera

Il ritorno all'antico
di Angelo Panebianco
Non se ne sentiva la mancanza ma la notizia è ufficiale: è tornato il «regime» con annessi «attentati alla Costituzione » e «derive autoritarie». La sinistra dura e pura, quella che oggi vuole dare lo sfratto a Walter Veltroni per connivenza col nemico, torna agli argomenti di sempre. Mobilita persino (lo ha fatto l’Unità ieri) i «reporter europei» contro il divieto di pubblicare le intercettazioni. È un dettaglio irrilevante, naturalmente, il fatto che nessuno di quei reporter europei (come i pubblici ministeri dei relativi Paesi) abbia mai potuto fare l’uso delle intercettazioni che si è fatto fin qui in Italia. La difesa del circo mediaticogiudiziario viene assimilata alla difesa della libertà di stampa.
Per inciso, chissà come si deve sentire Luciano Violante, nonostante l’autorevolezza di cui ha sempre goduto a sinistra sui temi giudiziari: avendo detto cose assai diverse da quelle che dice la «sinistra anti-regime», rischia di essere trattato da traditore. La battaglia anti-regime ha fatto male alla sinistra in passato. È stata una strada politicamente fallimentare. Se verrà imboccata di nuovo (e ce ne sono i segnali) farà ancora male alla sinistra. E anche alla democrazia italiana. Il paradosso è che la mobilitazione anti-regime non avviene in un Paese che soffre di iper-decisionismo ma del suo esatto contrario, di un’insuperabile debolezza decisionale. Nel 2001 Berlusconi aveva, sulla carta, una fortissima maggioranza ma questo non impedì che la sua azione venisse continuamente bloccata dai veti incrociati. L’illusione ottica si è ripresentata dopo le ultime elezioni.
La vittoria del centrodestra è stata così netta da far pensare che nulla avrebbe potuto impedire a Berlusconi di governare con vero piglio decisionista. Ma non può essere così in un sistema politico come il nostro. L’illusione ottica si sta dissolvendo. Il governo appare già oggi indeciso a tutto. Basti guardare alla girandola di norme che vengono inserite nei decreti (a immediata operatività) e, un istante dopo, ne escono per essere trasferite dentro disegni di legge: in un sistema indecisionista come il nostro, trasferire una norma da un decreto a un disegno di legge significa farla uscire dall’agenda politica. Prima che se ne discuta di nuovo, campa cavallo. A differenza di quanto accade in altre democrazie, in Italia ottenere grandi consensi elettorali e disporre di una grande maggioranza non garantisce la capacità decisionale del governo. Nonostante le differenze fra il governo Berlusconi e il governo Prodi (minor numero di partiti nella coalizione, maggioranza sicura in entrambe le Camere), non è detto che, in termini di capacità decisionale, a Berlusconi vada davvero molto meglio che a Prodi.
Perché restano inalterati i problemi di fondo della nostra democrazia: i debolissimi poteri di cui gode il premier e un numero di poteri di veto, diffusi a tutti i livelli del sistema istituzionale, più elevato di quello di altre democrazie. Basti guardare, ad esempio, alla capacità che hanno certi settori della magistratura campana (il commissario De Gennaro è stato esplicito su ciò) di bloccare o rallentare l’azione governativa nella vicenda dei rifiuti. È strano, o perlomeno prematuro, che si accusi un sistema politico cronicamente malato d’indecisionismo di essere un regime.
17 giugno 2008

Dal corriere della sera

Scuola, il tabù dei concorsi
di Francesco Giavazzi
Ha fatto bene il ministro dell’Istruzione, Mariastella Gelmini, a porre la questione della motivazione, anche economica, degli insegnanti. Nessuna azienda privata penserebbe mai di aver successo con dipendenti sfiduciati, senza entusiasmo per il loro lavoro. Tanto meno la scuola che ha il compito di formare il capitale umano e sociale (cioè insegnare le regole di una convivenza civile), beni che non si producono senza motivazione, dedizione, orgoglio per il proprio mestiere. Sono pagati troppo poco i nostri insegnanti? A Milano forse sì, a Noto, dove la vita costa la metà, non so. Ma se gli stipendi fossero davvero così bassi, perché ci sono le code ai concorsi, perché cinquantamila precari premono per essere assunti nella scuola anziché cercare lavoro altrove?
La realtà è che la scuola oggi offre un contratto perverso: un salario modesto in cambio di nessun controllo, neppure se l'insegnante è evidentemente incapace, neppure se passa da una assenza per malattia all'altra. Gli ottimi insegnanti, e sono moltissimi, in particolare negli asili e nelle scuole elementari, non lo sono per effetto di un sistema di incentivi ben disegnato. Sono semplicemente dei «santi». Questo, ognuno lo vede, non può essere il criterio sul quale fondare un sistema scolastico. Prima ancora di affrontare il problema dei criteri con i quali determinare le retribuzioni degli insegnanti, la scuola deve chiedersi se il modo in cui oggi li assume sia adatto a selezionare gli insegnanti migliori.
Perché se si assumono le persone sbagliate non c'è alcun sistema di valutazione capace di rimediare a quell’errore. Persino le aziende di modesta dimensione oggi dedicano grande attenzione alla selezione del personale; e la scuola invece che fa? Si affida ai concorsi pubblici, un sistema palesemente incapace di evitare l'assunzione di persone che non dovrebbero fare gli insegnanti. In un concorso pubblico chi sceglie, cioè la commissione preposta al concorso, non subisce le conseguenze di una scelta sbagliata. Nella migliore delle ipotesi i commissari si limitano alla verifica dei requisiti formali, non si chiedono se il candidato sia adatto all'insegnamento, tanto meno all'insegnamento in una particolare scuola — né d'altronde potrebbero, dato che lo stesso vincitore è assegnato indifferentemente ad una scuola media di un quartiere ad alta immigrazione e difficili problemi di integrazione, o ad un liceo scientifico sperimentale in cui si insegna matematica avanzata.
Il primo passo per una riforma della scuola è quindi l'abbandono dei concorsi pubblici e la loro sostituzione con un sistema in cui le assunzioni vengono decise da chi poi sopporta le conseguenze di un'eventuale decisione sbagliata, in primo luogo i presidi di ciascuna scuola. Come ha scritto Andrea Ichino su www.lavoce.info, il maggior limite del Libro Bianco sulla Scuola pubblicato dal governo Prodi è la sua reticenza sui concorsi, frutto di un'ideologia che fa fatica ad accettare che gli incentivi, il «mercato » possano funzionare meglio dello Stato. Spero che il nuovo ministro sia più coraggioso. Chiamiamoli pure concorsi locali, stabiliamo pure alcuni requisiti formali, ma lasciamo spazio ad una valutazione discrezionale da parte del preside; se vuole offrire un corso di biologia deve poter assumere, magari a tempo parziale, un dottorando biologo, non essere costretto ad accettare il primo della graduatoria che ha raggiunto quel posto solo per anzianità.
Oltre ai casi di negligenza e assenteismo, anche un insegnante che si limita alla noiosa routine quotidiana crea un danno irreparabile perché viene meno al suo compito di formare un cittadino responsabile. Un bravo preside deve saper scoprire se il candidato sia un buon insegnante, talento che non tutti hanno in egual misura e che nessuna scuola di formazione professionale può insegnarti se non lo possiedi. Concorsi locali si svolgono da alcuni anni nell'Università, con risultati disastrosi. Ma l'errore, nell'Università, non è stata l'abolizione dei concorsi nazionali e la loro sostituzione con concorsi locali. L'errore è non aver accompagnato questa riforma con un serio sistema di valutazione. I presidi di scuola e le facoltà devono poter assumere gli insegnanti che ritengono più adatti, ma se sbagliano devono subire le conseguenze dei loro errori. Altrimenti, come accaduto nell'Università, assumeranno i raccomandati o i figli e i nipoti dei colleghi. La selezione e i poteri dei presidi devono evidentemente cambiare.
Oggi i dirigenti scolastici sono di frequente burocrati senza potere: non è quindi sorprendente che siano spesso scadenti. Stabilizzare cinquantamila insegnanti precari, come il ministero si appresta a fare, è un errore che avrebbe conseguenze irreparabili sulla scuola. Magari sono tutti ottimi insegnanti, ciascuno il più adatto per la scuola in cui insegna, ma questo deve essere deciso dai presidi, non dall'automatismo delle graduatorie. La valutazione (obbligatoria per tutte le scuole, non effettuata a campione su poche scuole) è complemento essenziale dell'abolizione dei concorsi. Ma valutare le scuole senza averle prima poste nella condizione di scegliere i propri insegnanti non ha alcun senso. Né ha senso valutare le scuole senza aver prima introdotto maggior flessibilità nei percorsi di studio. Siamo davvero sicuri che il ministro o una commissione ministeriale siano capaci di scegliere i programmi migliori? Non funzionerebbe meglio—come dimostra l'esperienza dei Paesi anglosassoni e scandinavi — un sistema nel quale gli insegnanti, investiti della responsabilità di progettare i loro corsi, decidano che cosa insegnare e in che sequenza?
Percorsi differenziati valorizzano la professionalità degli insegnanti. Introducono anche un po' di concorrenza fra le scuole e richiedono che le famiglie si informino sui percorsi offerti dalle varie scuole e sulla loro qualità. Allo Stato rimane il compito di valutare ex post. Oggi invece accade l'esatto contrario: nessuna autonomia degli insegnanti e nessuna, o quasi, valutazione conseguente. Il risultato sono i test PISA dai quali le scuole italiane (con importanti eccezioni, come le scuole del Trentino Alto Adige, della Valle d'Aosta e di alcune province lombarde) emergono fra le peggiori d'Europa. Ma la valutazione non basta, neppure se accompagnata da forti incentivi alle scuole migliori. Per essere efficace l'informazione sulla qualità deve essere disponibile alle famiglie e queste devono poter scegliere in che scuola iscrivere i propri figli.
Il sistema dei «buoni scuola» che una famiglia può spendere nell’istituto che preferisce, pubblico o privato, può funzionare, purché accompagnato da verifiche indipendenti e severe. Altrimenti, come è accaduto in alcune regioni durante le esperienze effettuate dal ministro Moratti, i «buoni» sono solo un regalo alle scuole private che promettono facili promozioni (vedi Tullio Jappelli e Daniele Checchi su www.lavoce.info). Questa settimana il governo approverà un progetto triennale per i conti pubblici. Come sempre accade in queste occasioni, i vincoli di spesa imposti dal ministro dell'Economia si scontrano con i programmi dei suoi colleghi, in primis del ministro dell'Istruzione, dal quale dipende quasi la metà di tutti i dipendenti pubblici. L'esperienza di molti esercizi simili svolti da governi passati — incluso il precedente governo Berlusconi — è che in assenza di riforme radicali del modo di agire delle amministrazioni pubbliche questi numeri sono cifre scritte sull'acqua e presto dimenticate. Il ministro Gelmini difende la scuola, ma per essere credibile deve avere il coraggio di abbandonare il tabù dei concorsi pubblici.
15 giugno 2008

venerdì 30 maggio 2008

Su ALITALIA


Nella vicenda Alitalia, al di là delle chiacchiere, una cosa è certa: continuiamo a destinare soldi dei contribuenti a sostenere un carrozzone senza speranza.Con il primo decreto legge della nuova epoca consociativa, adottato in limine mortis dal governo Prodi sotto dettatura del vincitore alle elezioni, sono stati destinati ad Alitalia altri 300 milioni di euro.L'artificio del cosiddetto "prestito ponte" ha presto rivelato la sua vera natura di sussidio a fondo perduto: Alitalia è stata costretta dalla dimensione abnorme delle proprie perdite a considerare quel prestito come proprio capitale.Se mettiamo insieme i quattrini pubblici destinati all'Alitalia negli ultimi dieci anni, scopriamo che ci avremmo potuto comprare il controllo di una grande compagnia internazionale, quale ad esempio British Airways.Sotto il profilo del confronto con un utilizzo alternativo delle medesime risorse, il sostegno all'Alitalia si rivela quindi per quello che è: un gigantesco, irragionevole spreco.
Ma c'è un altro aspetto rilevante: quello distributivo.Da dove vengono le risorse destinate ad Alitalia?Dalle tasche dei contribuenti. I quali in molti casi non usano affatto l'aereo, perchè non possono permetterselo. Tassando tutti per trasferire risorse ad Alitalia, si tassano quindi anche i contribuenti più poveri. Per trasferire le risorse a chi?Parte dei sussidi sono destinati a consentire ad Alitalia di pagare di più i propri manager. Che certo non hanno redditi talmente bassi da meritare un sostegno pubblico, e che certo in questi anni non hanno dato grandi prove di sè.Parte dei sussidi consentono ad Alitalia di pagare un po' di più i propri dipendenti. La maggior parte dei quali gode di redditi maggiori rispetto alla media dei contribuenti tassati per sostenerli.Infine, parte dei sussidi viene trasferito ai viaggiatori Alitalia, nella forma di un prezzo dei biglietti che, per quanto elevatissimo rispetto ai concorrenti potenziali, è inferiore a quello che Alitalia sarebbe costretta a praticare se non godesse dei sussidi. Ancora una volta, del trasferimento gode chi può permettersi l'aereo, a discapito di chi non può permetterselo. Ne è escluso chi si ingegna per cercare di volare con le compagnie low cost.
Questa follia in nome di cosa? L'aria fritta (vettore nazionale, campione nazionale, compagnia di bandiera) nasconde in realtà cose più concrete: interessi concentrati (dipendenti, fornitori, creditori, clienti di Alitalia) che hanno il sopravvento sugli interessi diffusi, quelli della generalità dei contribuenti e dei consumatori.Provando a trarne una morale: molto spesso l'alterazione ad opera della politica dei meccanismi concorrenziali viene giustificata con l'esigenza di correggere le pretese iniquià distributive che sarebbero conseguenza di quei meccanismi. Quasi sempre, e sicuramente nel caso dei sussidi ad Alitalia, gli interventi della politica nostrana producono lo splendido effetto di ostacolare il funzionamento della concorrenza e di peggiorare la distribuzione dei redditi, come farebbe un Robin Hood con le polarità invertite.Ne soffrono, insieme, efficienza e giustizia. Se lasciamo fare a questa politica, il peggior mondo possibile "si può fare".
TALE




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giovedì 22 maggio 2008

CRONACHE DA MONTESILVANO


Cronache da Montesilvano



Scritto da Luca Tentellini
Tuesday 20 May 2008

Pescara
Negli scorsi 17 e 18 maggio si è svolto a Montesilvano, presso Pescara, un Convegno della parte liberale del PdL. Eccone un breve resoconto.
“Parlare di corrente nel Pdl sarebbe un’autentica sciocchezza. L’obbiettivo è costruire una rete ed imparare a fare squadra, evitando inutili personalismi concentrandosi invece sulle politiche concrete.” Così il direttore dell’Opinione, Arturo Diaconale, in conclusione del meeting di due giorni tenutosi in Abruzzo, a Montesilvano, che ha raccolto numerose personalità e militanti di area liberale provenienti da tutte le regioni italiane. Gli ha fatto eco Marco Taradash il quale, tratteggiando le linee guida di un percorso che vedrà la “parte liberale” del Pdl impegnata, già nelle prossime settimane, prima a Genova sul tema del libero commercio e poi a Roma per un confronto con la “parte liberale” del Partito democratico, ha precisato: “Siamo e saremo militanti del Popolo delle libertà, un partito nuovo, tutto da costruire insieme, sotto l’indiscussa leadership di Silvio Berlusconi. Deve essere chiaro che il confronto interno al Pdl dovrà comunque sempre esitare e confluire in una politica unitaria, da tutti sostenuta e condivisa che viene incarnata nella persona del leader”. Taradash ha poi osservato che: “Se tanti sono convenuti qui, è evidente la nostra insopprimibile volontà di esprimere militanza politica e di ricostruire adeguati spazi e strumenti di apertura alla partecipazione diretta dei cittadini alla politica, che è risultata assente negli ultimi quindici anni.” La necessità di evitare che il costituendo Pdl veda il formarsi di fazioni interne è stata ripresa anche dal Peppino Calderisi, esponente dei Riformatori Liberali e deputato eletto nelle file del Pdl: “Abbiamo l’occasione storica di instituzionalizzare il bipartitismo delineatosi in quest’ultima tornata elettorale” Calderisi ha evidenziato che, con la modifica dei regolamenti parlamentari è subito possibile consolidare il nascente bipartitismo, un sogno a lungo coltivato. Bisogna invece guardarsi da improvvide riforme della legge elettorale e dalla reintroduzione del voto di preferenza che, nel quadro attuale, farebbe rinascere la passata frammentazione del sistema politico con il prevalere di correnti e fazioni interne ai partiti maggiori, le quali si spartirebbero ferocemente il finanziamento alla politica e le quote di potere. Il leader dei Riformatori e deputato Pdl, Benedetto della Vedova ha invece esposto il percorso che vedrà confluire l’esperienza dei “salmoni” nel Pdl mediante lo strumento di una Fondazione, un laboratorio politico liberale con il compito di praticare l’ermeneutica sulla base delle politiche concrete, in uno spirito di pragmatismo fattivo, con un occhio privilegiato all’economia e alla biopolitica. Della Vedova ha messo in guardia dalla velleitaria coltivazione delle “identità” e ha invitato a puntare sulla offerta politica concreta, la base sulla quale si costruiscono le leadership vincenti. Il quadro offerto da Della Vedova è di un liberalismo pienamente inserito nel Pdl e lealmente competitivo sul piano del confronto dialettico tra le migliori “offerte” politiche. I saluti ai convenuti, giunti dal Senatore Gaetano Quagliarello della fondazione Magna Charta, sembrano preludere ad un produttivo confronto e il messaggio interlocutorio del portavoce di Forza Italia, Daniele Capezzone, segnala il rilievo politico del convegno di Montesilvano. Nel corso della “due giorni” della “Parte Liberale” Arturo Diaconale ha aperto i lavori sottolineando che, l’idea di uno scontro Tremonti versus i liberisti è una sciocchezza. “Sono la pluralità di voci e idee che devono circolare e noi ci dobbiamo rivolgere anche a coloro che liberisti o liberali non lo sono mai stati e dobbiamo convincerli che liberale è parte del percorso che deve compiere questo paese. Il nostro è un liberalismo realista; dobbiamo essere pragmatici e farci sentire per poter incidere, non possiamo non essere dentro il Popolo delle Libertà. Noi liberali siamo una parte determinante, come anche ha detto Berlusconi.” – Ha esordito Diaconale – “Si evitino i passati errori di individualismo e si faccia più lavoro di squadra. Sono i corpi intermedi che devono dare spessore ed alimentare il dibattito democratico nel paese e sollecitarlo per creare il materiale sul quale il Parlamento poi dovrà e potrà scegliere.” Diaconale e Taradash hanno poi richiamato l’attualità politica, ove si scatena la stampa sulle nuove misure per la sicurezza, prima ancora che siano state prese, e si cerca di alimentare l’idea che questo governo sia animato da una vocazione forcaiola. Prima che se ne comprometta l’immagine si deve correggere questa distorsione e non si può sostenere che l’intervento di forza sia risolutivo per il problema sicurezza. Dagli interventi del Prof. Di Federico, di Mauro Mellini e di Emilia Rossi, è emerso che la Giustizia è il nodo principale che, se non viene sciolto, rischia di far affondare il paese. Ai partecipanti sono stati portati i graditi saluti del Senatore Andrea Pastore, coordinatore regionale di Forza Italia Abruzzo che ha tenuto a precisare: “Io credo che sia fortemente presente la cultura liberale in Forza Italia che è e rimane un partito liberale di massa e il Popolo della Libertà deve continuare ad esserlo.” Lo spirito che ha animato il dibattito generale, sembra confermare l’incipt di Marco Taradash: “Siamo persone che vogliono trovare il luogo per esprimere la volontà di partecipazione e di contributo. Il luogo di incontro tra liberali e moderati sia luogo dello stare insieme in una società per renderla più coesa ed anche più felice. Non vogliamo essere un contenitore chiuso; vogliamo partecipare alla costruzione del Pdl senza perdere l’identità e il conflitto di idee che crea coesione. Un partito moderno riesce a trovare il momento di coesione di mediazione nell’incontro avanzato di punti di vista diversi.”

mercoledì 21 maggio 2008

I clandestini esporiamoli in Spagna

Contrastare l'immigrazione clandestina con il codice penale è come spegnere un incendio con un ventaglio. Non serve a nulla, tranne che a dare lavoro agli avvocati (loro -io tra quelli- saranno contenti) ed agli uffici giudiziari e forze dell'ordine (che lo saranno meno).
La questione fondamentale alla base del problema immigrazione clandestina non è impedire che i clandestini arrivino, è trovare un modo legittimo ed efficace per mandarli via se violano le nostre leggi.
Infatti, non è possibile impedire che arrivino perché questa attività dovrebbero farla i Paesi da cui i clandestini partono che, ovviamente, sono Paesi su cui l'Italia non può esercitare alcun potere diretto. Certo, l'Italia può fare accordi con quei Paesi per favorire il contenimento dell'emigrazione, magari promuovendo investimenti che creino richiesta di lavoro locale, così che gli aspiranti migranti possano essere indotti a non partire, ma non molto di più.
Quando i clandestini partono non si possono ricacciare indietro, per due ragioni: se i clandestini sono in aree internazionali, in mezzo al mare Mediterraneo e, come normalmente succede, si trovano su bagnarole che stanno a galla per miracolo, scatta l'obbligo di assistenza per le nostre navi militari, ed i clandestini sono necessariamente portati in salvo in Italia. Se, invece, i clandestini si trovano già in Italia, non si possono rimpatriare per il semplice motivo che, nella maggioranza dei casi, sono senza documenti di identificazione e, quindi, non vi è la prova della loro nazionalità. Senza la prova della nazionalità nessun Paese straniero li accetta e, dunque, non possono che restare in Italia.
Come si vede, il problema è serio.
Ma si può risolverlo, con il buon senso, ma occorre superare degli steccati ideologici.
Il primo steccato ideologico è quello della punizione dell'immigrazione. Non serve a nulla, come già sottolineato. Chi emigra clandestinamente è, nella maggior parte dei casi, un disperato che non ha quasi nulla da perdere e non si farà certo impressionare dalla prospettiva di qualche mese in galera, vitto ed alloggio pagati.
Il secondo steccato è quello del furto di lavoro ai danni dei lavoratori italiani. I lavori a cui ambiscono i clandestini sono, nella maggior parte dei casi, lavori che gli italiani non vogliono fare: braccianti agricoli, muratori, manovali, badanti e collaboratori domestici. Per questi lavori vi è una domanda superiore all'offerta sul mercato del lavoro e, quindi, ben vengano i lavoratori stranieri a soddisfarla.
Superati gli steccati ideologici occorre il buon senso, e qui veniamo ad un punto critico, lo ammetto. La considerazione di partenza è che se non puoi combattere un avversario può essere conveniente allearcisi. L'applicazione di questo principio al caso specifico potrebbe essere quella di abolire qualsiasi tipo di barriera all'immigrazione, rendendo legale per tutti gli immigrati il soggiorno in Italia e consentendo a tutti di lavorare regolarmente, a condizione che gli stranieri immigrati si identifichino con documenti nazionali validi.
In questo modo, essendo stati preventivamente identificati, gli immigrati potrebbero essere facilmente rimpatriati tutte le volte che fosse accertato che hanno commesso reati. Il problema della sicurezza sarebbe risolto: al reato accertato sarebbe possibile provvedere all'espulsione vera, e non alla pantomima dei decreti di espulsione che restano carta straccia.
Senza contare che la regolarizzazione del lavoro di tanti immigrati inciderebbe positivamente sulle entrate dello Stato italiano.
Non ci sono alternative, salvo un'idea ribalda e vendicativa: espulsione di tutti i clandestini in Spagna, visto che da quelle parti sono così bravi a trattare il problema. Potremmo farlo, approfittando del trattato di Schenghen che ha abolito i controlli alle frontiere: gli spagnoli non si accorgerebbero di niente, almeno per un po', chissà poi cosa farebbero con i nostri stranieri, immigrati a casa loro?
Andrea Amati

mercoledì 14 maggio 2008

Importanti notizie!


Una “parte liberale” per il PdL

Scritto da Arturo Diaconale, Davide Giacalone, Marco Taradash
martedì 06 maggio 2008
La grande vittoria della coalizione guidata da Silvio Berlusconi alle elezioni politiche del 13 e 14 aprile consente di sperare in un governo stabile ed impegnato a dare risposte concrete sulla questione cruciale dell’Italia di oggi: come riavviare il percorso di modernizzazione del paese in tutti i settori dove lo Stato svolge un ruolo essenziale - infrastrutture, servizi, regole.
Dalle grandi opere alla giustizia, alla sanità, al lavoro, alla formazione, il primo compito di un governo di impronta liberale dovrà essere quello di destrutturare tutto ciò che è pletorico, inefficiente, costoso e fa da barriera o freno all’espressione delle capacità individuali e delle risorse latenti nella società. L’affermazione del merito, della competenza, del rischio, è cruciale per la ripresa dell’economia e al tempo stesso per ricostruire una coesione sociale intorno a istituzioni oggi vissute come vincoli piuttosto che come giunture essenziali della comunità. Lo Stato appare oggi come una tassa ingiusta onnipresente e invadente. Ridimensionare lo Stato dove è abusivo apre la possibilità di rafforzarlo dove è necessario.In pratica, più stato essenziale, più mercato libero. Questo l’impegno fondamentale che la parte liberale del paese richiede al Popolo della Libertà e ai suoi alleati.Noi guardiamo con fiducia e ottimismo al nuovo governo. Ma abbiamo ancora più fiducia nei meccanismi di controllo e di impulso che possono garantire una partecipazione effettiva dei cittadini alla vita politica del paese. Per questo abbiamo visto con soddisfazione la nascita del Popolo della Libertà, come area d’incontro di tutti coloro che si richiamano, nella loro azione politica, agli assetti istituzionali liberaldemocratici e a una cultura politica volta a privilegiare l’affermazione e la difesa della libertà individuale in ogni campo e la solidarietà con le grandi democrazie liberali del mondo. Ma la politica è fatta di scelte concrete, di opere, di soluzioni. Politica è fare scelte. E sappiamo tutti che le scelte di fronte alle quali si troverà subito il nuovo governo non saranno indolori, spesso appariranno impopolari, provocheranno la reazione di tutti i gruppi di poteri minacciati dalla liquidazione di rendite e privilegi. Per questo riteniamo indispensabile per il successo dell’azione di governo che sia data voce all'interno del nuovo partito a quella “ parte liberale” della politica italiana che è già presente trasversalmente nelle forze politiche che hanno avviato la costituzione del PDL, ma che troppo spesso in passato è stata relegata, così come è avvenuto sul fronte opposto, in un ruolo più di testimonianza che di direzione. Oggi che si avvia il processo di costruzione formale del Popolo della Libertà vogliamo dare il nostro contributo a che nasca un soggetto aperto, ospitale, democratico ed in grado di assicurare a tutte le sue componenti di essere parte attiva nella costruzione di un futuro di libertà e di crescita per il paese. Senza una “parte liberale” è impossibile realizzare una “ rivoluzione liberale”.